IL DISTURBO MENTALE

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La sinteticità è stata considerata un criterio primario nella stesura di questo scritto, tuttavia una trattazione completa ha richiesto un certo numero di pagine.

Mi auguro che la lettura del presente scritto sia facile ed allo stesso tempo interessante.

Introduzione


Dopo anni di formazione e crescita personale e professionale, ho deciso di raccogliere all'interno di questo breve scritto alcuni concetti ed applicazioni che si sono rivelati di maggior successo nel trattamento del disturbo mentale o, usando parole meno allarmanti, di uno dei tanti problemi di cui soffre l' uomo.
Li propongo a chiunque, incuriosito dall'oggetto di studio della psicologia, voglia dedicare cinque minuti del suo tempo a questa lettura.


1. Il disturbo mentale


" Quanto una persona ti sembri strana dipende dal tuo modo di pensare e dai limiti della tua esperienza" Don D. Jackson


E' una reazione comune quella di provare un certo fastidio quando si sente parlare di disturbo mentale, quasi come se fosse un demone da scacciare, qualcosa che ci auguriamo di non avere e quant' altro.
In realtà, questo genere di timore è più che comprensibile, quasi fisiologico. Non tutti sanno, però, che altrettanto fisiologico è essere soggetti a questo disturbo e che, anzi, è molto difficile sottrarvisi se non si è in possesso di un'adeguata preparazione.
Quello del "problema mentale" è un concetto ampio, nel quale si possono far rientrare il disagio psichico, l'ansia, lo stress, il costante senso di vuoto, di panico, di vicolo cieco, la paranoia, la depressione, la sensazione di costante inferiorità o superiorità: questa, in sintesi, una possibile definizione del disturbo mentale, anche se la realtà, come si sa, è costituita da tante sfumature che in questo scritto si cercheranno, almeno in parte, di evidenziare.
I professionisti che si occupano del disturbo mentale senza utilizzare i farmaci sono lo psicologo e lo psicoterapeuta.
Quando rivolgersi ad una di queste figure professionali?


Il primo passo : impegnarsi nel risolverlo

Innanzi tutto, è necessario muovere un passo fondamentale prima di intraprendere il cammino verso una vita più serena: volerlo.
Senza questo primo passo ogni tentativo è destinato a fallire.
Non è poi cosa così scontata impegnarsi nel conquistare un cambiamento. Una caratteristica frequente dei disturbi mentali, infatti, è l'arrivare a stabilire dentro di noi un equilibrio subdolo che non sempre ci permette di considerare il cambiamento e la soluzione come vantaggiosi.
Tempo fa si rivolse a me una persona depressa che, chiusa in casa ormai da anni, era solita farsi servire la colazione a letto poiché i sintomi che presentava erano talmente gravi da non permettergli nemmeno di alzarsi al mattino. Quando giunse ad un miglioramento, mi confidò: "dottore, adesso mi sento molto meglio… ma non sa quanto mi manchi cominciare la mia giornata con la colazione servita a letto da mia madre!".
Gli risposi: "Ma hai finalmente scoperto che a volte impegnarsi in qualcosa è molto più gratificante!."
Questo breve aneddoto, tratto dalla mia diretta esperienza professionale, può far comprendere che anche il disturbo mentale ha un suo perché: generalmente, infatti, anche il più tormentoso dei problemi porta in sé caratteristiche che lo rendono funzionale al mantenimento di un certo equilibrio. In altre parole, la persona che ha un problema di questo tipo trae dal proprio disturbo anche qualche vantaggio, per quanto questi meccanismi a volte siano difficili da comprendere, c' è sempre una convenienza che favorisce il mantenimento di un equilibrio distorto, fonte di sofferenza.
Bisogna, oltre tutto, considerare che la volontà viene spesso compromessa dal disturbo stesso, che assorbe energie vitali ed entusiasmo, risorse preziose per chi voglia, invece, intraprendere con successo un cammino verso la serenità.
Per assicurarsi, dunque, un cambiamento sarà, innanzi tutto, necessario compiere almeno un piccolo sforzo nella giusta direzione, al fine di trovare le energie occorrenti all'interno della propria volontà. Successivamente, bisognerà capire quando, per raggiungere quest'obbiettivo, occorra l'aiuto del professionista del problema mentale, lo psicologo.


Quando consultare un professionista

Questo tipo di valutazione è indubbiamente personale: quando si decide di chiedere aiuto, quello è il momento giusto. Tuttavia, quando ci troviamo in una condizione di problema mentale, troppo spesso accade di trascorrere anni nell'inerzia, a discapito della qualità della nostra vita, che potrebbe essere nettamente migliore.
Ritengo, infatti, che il tempo sia un parametro di valutazione dal quale non si possa prescindere.
Se non si riesce a risolvere il problema che si sta vivendo in un ragionevole lasso di tempo - generalmente qualche mese - potrebbe significare che è giunto il momento di rivolgersi ad uno specialista. Tipico infatti di molti problemi mentali è mantenere un equilibrio che, anche se arreca fastidio, tende a non voler essere cambiato. Inventiamo scuse con noi stessi, rimandiamo pensando che le cose cambieranno spontaneamente, ci convinciamo che sarà diverso.
Ritengo sia importante monitorare la propria condizione, tenere sotto controllo il problema, e fare riferimento al tempo per decidere di cercare al di fuori di noi stessi un' eventuale soluzione. Arrivare a pensare: "aspetta un attimo, è circa sei mesi che sento di avere questo problema. Meglio consultarmi con uno specialista". In caso contrario si corre il rischio di rimandare purtroppo il tempo di una vita.
Una breve parentesi. Benché si noti una sensibile inversione di tendenza, ancora oggi il fatto di recarsi dallo psicologo viene visto con scetticismo, quasi come se si avesse paura del "lavaggio del cervello" o di essere etichettati come deboli, matti, etc.
Al contrario, è fondamentale comprendere che lo psicologo, al pari di ogni altro professionista, è essenzialmente un tecnico. Il tecnico del problema mentale. Come, ad esempio, si telefona all'elettricista in caso di noie all'impianto elettrico, così ci si rivolge allo psicologo quando si avverte un disagio interiore, un problema mentale, come sopra descritto. Il paragone non è casuale.
Un esempio : quando un tecnico si rende necessario
Con l'esempio seguente cercherò di mettere in luce il momento in cui potremmo avvertire l' esigenza di un tecnico. Immaginiamo che in una stanza di casa nostra non si accenda più la luce. Proveremo prima a sostituire la lampadina, poi a controllare l'interruttore generale ma quando le nostre competenze si esauriranno, non ci resterà altro da fare che interpellare un professionista… o rimanere senza luce!. Una scelta, in fondo, è sempre possibile.
Continuando con quest' esempio, la persona che chiede aiuto potrebbe essere considerata un super ingegnere elettrico che dentro di sé ha costruito un impianto talmente sofisticato la cui assoluta comprensione risulti difficile anche allo stesso costruttore. Noi tecnici della mente, basandoci sulla nostra teoria di riferimento, possiamo tutt' al più riconoscere all' interno di questo sistema molto complesso alcune linee guida.
Agendo poi su queste linee guida si cercherà di risolvere il problema utilizzando una serie di strumenti.

2. Il problema


"Siamo consciamente confusi ed inconsciamente determinati"
(Glen O. Gabbard)


Descrivere la tipicità del problema psichico non è un'operazione semplice. Mi avvarrò, pertanto, di immagini in grado di rappresentare nel modo più chiaro possibile le sensazioni generate dalla mente quando si abbia a che fare con questo tipo di problema.


La metafora del cerchio

In questo paragrafo si cerchèrà di evidenziare, attraverso l' uso di una metafora, la nostra percezione del problema mentale. In particolare focalizziamo da subito l' attenzione sul concetto di coinvolgimento. Quello del problema mentale è un coinvolgimento profondo dove entra in gioco anche la nostra percezione.
Vi pregherei di seguirmi in questo esempio. E' essenziale che vi ricordiate un gioco, tra i più classici presenti nei parchi giochi. Il famoso gioco della ruota, quel giochino che ha i seggiolini laterali e una sbarra di ferro a forma di cerchio fissata al centro, che serviva come appiglio per dar forza alla giostra. Stando seduti sui seggiolini laterali, ahimè ora troppo piccoli, impugnando la sbarra di ferro posta al centro ed usandola come appiglio si poteva imprimere alla giostra un movimento che portava la corona dove erano attaccati i seggiolini, a muoversi.
Bene, la cosa interessante di questo gioco è l' illusione nella nostra percezione che non fossimo solo noi a muoverci ma che si muovesse anche il centro della giostra.
Bene, di quest' esempio che spero sia stato chiaro, deve rimanere un concetto,
il problema mentale instaura un equilibrio subdolo per cui le nostre azioni sembrano poter gestire in qualche modo il problema. In realtà stiamo solo girando attorno al problema pensando che siano le nostre azioni a farlo cambiare. Purtroppo siamo solo noi che giriamo attorno ad un perno ed il problema non cambia più di tanto; non si risolve. Percepiamo l' illusione, come nel gioco della ruota, che il nostro movimento possa farlo muovere ed in qualche modo risolverlo.
Il lavoro del tecnico della mente si avvale di questo concetto e da osservatore esterno ha la capacità di capire come stanno realmente i giochi ed agisce in modo da poter cambiare equilibri che creano sofferenza

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La metafora del dipinto

Utilizzando un'altra immagine, è come voler osservare un dipinto con il viso attaccato alla sua superficie: in tal modo, i nostri occhi sono in grado di scorgere solo qualche colore tra i tanti impressi sulla tela. Allontanandoci dal dipinto gradualmente noteremo, invece, che quell' immagine confusa - il problema - era solo un dettaglio parziale di una realtà più complessa - la normalità - dove esso ora si può integrare.
Ottenere questi risultati è un'operazione complicata, come complicata è la mente umana, mossa da meccanismi che non sempre seguono la logica razionale, ma non necessariamente è lunga e dolorosa. Il lavoro del tecnico della mente non ha la presunzione di poter azzerare la sofferenza all' interno dell' uomo. Si pone in un' ottica in cui gli elementi che compongono la mente si integrino con armonia.
Come appunto gli elementi che compongono un dipinto.


L' ipersensibilità

E' stato appurato che le persone depresse sviluppino un' accentuata sensibilità. Questa caratteristica, che può far parte dei tratti della personalità ed è, per questo, spesso vissuta come una condanna, dà impulso a riportare di frequente la mente nella direzione del problema, a fissare l' attenzione sul centro del cerchio precedentemente descritto. La mente di un soggetto particolarmente sensibile e tendenzialmente depresso, infatti, associa ogni piccolo dettaglio alla sofferenza, ad un elemento parziale di un dipinto molto più variegato, al punto da diventarne succube e notare esclusivamente la sofferenza presente nella sua vita.
Un esempio di ipersensibilità
Una condizione che si nota spesso associata ad uno stato depressivo è il lutto. In questa fase della vita, come documentato da numerose testimonianze, la sofferenza è stimolata continuamente da numerosi dettagli: gli stimoli
che prima erano neutri vengono associati dalla mente a situazioni dove era presente anche il defunto e quest' associazione riporta alla luce il problema e la sofferenza.
Tutto ricorda il defunto: il sole, la pioggia, la primavera, l'autunno, un oggetto che gli associamo, un sorriso. L'ipersensibilità è al servizio della mente che ricerca continuamente la persona che non c'è più, lasciandoci in balìa di questo meccanismo.
Eppure, l'ipersensibilità in sé è un'ammirevole facoltà della mente. E' grazie ad essa che riusciamo ad apprezzare le sensazioni sottili, le sfumature dalle quali traiamo i piaceri che, insieme, contribuiscono a comporre il sapore della vita. Grazie a questa facoltà, riusciamo ad essere dei "sommelier" delle nostre esperienze ed a saper discernere all'interno dell'emozione grezza le componenti più sottili che la caratterizzano, quelle più morbide, vellutate e saporite .
E', però, il modo in cui essa viene diretta a creare la differenza tra viverla ed esserne vissuti.
E' intuitivo comprendere quanto questa facoltà mentale sia un'arma a doppio taglio: se non si educa la mente ad utilizzarla con sapienza, essa può arrivare a renderci la vita un vero inferno poiché ogni piccolo stimolo notato dall' ipersensibilità può venire associato ad un ben noto dramma.
Invece di passare il nostro tempo a degustare la gamma dei sapori piacevoli che compongono la vita, la sofferenza potrebbe rivestire il ruolo centrale della nostra analisi, con l'infinita gamma di spiacevoli sensazioni ad essa connesse.
Il lavoro del tecnico della mente si colloca in questo frangente.

Il lavoro del tecnico della mente


Il percorso terapeutico non consiste nell'imposizione forzata delle idee proprie del terapeuta ma, piuttosto, nel tentativo di ricondurre la sofferenza all'interno del ruolo che essa dovrebbe svolgere all'interno di una visione globale. Vale a dire un ruolo parziale, marginale, all'interno di una più vasta gamma di sensazioni che, sì, la comprendono ma non la eleggono quale protagonista assoluta. Contestualizzata all'interno di un assortimento più ampio di emozioni, le verrà sottratta, infatti, quell' esclusività che la faceva apparire come unica risposta possibile agli stimoli presenti in questo mondo.
Immaginiamo le tessere di un puzzle. Le sensazioni che ci suscita il nostro confronto con il mondo sono tante quante le tessere che compongono la nostra figura. Quando invece si manifesta un problema del tipo descritto è come se al posto delle tante tessere avessimo una fotografia unica. Noiosa, stanca, opprimente che ci succhia energia vitale. Quella fotografia è stata in qualche modo eletta a protagonista principale mentre, il suo ruolo, dovrebbe essere parziale, limitato, circoscritto come appunto una delle tante tessere che compongono l' entusiasmante puzzle della nostra vita.

3. La normalità


E' un concetto di ardua definizione, sarebbe più appropriato parlare di equilibrio, dato che normalità e patologia -come scrisse Freud- si collocano all'interno di un continuum, non essendoci una linea di demarcazione netta tra questi due termini.
Con normalità vogliamo definire una condizione di benessere a livello psicologico che intende, come nell' accezione di diverse scuole di pensiero, lo star bene con sé stessi, con gli altri, con il mondo.
Tornando all'esempio del dipinto, una visione distorta è quella che ingigantisce una parte considerandola al posto del tutto (pars pro toto) arrivando, di conseguenza, a perdere il resto della varietà delle emozioni, il contesto, il quadro all'interno del quale si colloca.
Una mente sana non è certo una struttura rigida, insensibile al dolore. E', piuttosto, un organo che riesce a collocare il dolore entro un ambito ben definito e riesce a trovare soluzioni per fare in modo che la sofferenza non rompa gli argini invadendo altri ambiti.
La normalità è un frutto, il frutto di un impegno continuo.


Un ulteriore passo avanti : trovare risorse energetiche

"Il trattamento di forme gravi di obesità è sempre un problema difficile ma risulta addirittura impossibile se la paziente che vogliamo curare fa la donna cannone in un circo e trova nella sua malattia il modo per guadagnarsi da vivere" Brenner, 1967.

Dove trovare la forza per impegnarsi nel raggiungimento di questo difficile obbiettivo, quando il problema sembra rendere vano ogni nostro tentativo? In altre parole, dove trovare l'energia per mantenere questo equilibrio?.
Credo sia importante porsi questo interrogativo poiché, quando ci si sente in bilico, la risposta ad esso pone una differenza sostanziale.
Spero che la spiegazione che segue sia chiara a tutti. E' un argomento particolarmente difficile da trattare, come una salita impegnativa, ma se non ci fossero le salite sarebbe difficile trovare qualcos' altro per mettersi alla prova!.
Imporsi di stare bene è un valore. La mente in sé non ha la capacità di giudicare quale valore sia meglio di un altro, semplicemente tende al mantenimento di un certo equilibrio.
Un semplice esempio. La dipendenza dalla nicotina. Si instaura nel nostro organismo un equilibrio per cui è ricercata la nicotina, la consapevolezza che il fumo nuoce gravemente alla salute fa leva tutt' al più sulla nostra razionalità, stimolando la nostra volontà ad imporci di smettere. Tuttavia smettere di fumare è molto difficile e la consapevolezza dei rischi non sempre è sufficiente. Da questo punto di vista fumare può essere considerato come un problema mentale, qualcosa che facciamo, che non ci piace, che vorremo smettere ma non ne siamo in grado.
Fumare è un valore controproducente che instaura un equilibrio da cui dipendiamo.
Un altro esempio. Con le famiglie dove il padre è depresso. Sappiamo che un trattamento che insista sul comunicare ad oltranza che la persona deve "tirarsi su" non funziona. Tuttavia, in molti casi si è notato che quando è un figlio a stare male la persona depressa trova paradossalmente nella malattia del proprio caro una notevole leva che gli consente di stare meglio. Così il figlio impara un valore, una via per far stare meglio la propria famiglia, paradossalmente deve stare male. Si può capire da questo esempio quanto questo tipo di equilibrio sia pericoloso.
La mente segue un equilibrio dettato da valori appresi ed utilizza le proprie energie per mantenerlo.
Sembra un meccanismo paradossale eppure quando si assiste ad un equilibrio di questo tipo non sapete quanto sia difficile per un professionista riuscire a non far star male le persone che ricercano proprio questo.
Tuttavia, lo studio di questo meccanismo mentale ci ha aiutato molto nel proporre percorsi indirizzati ad abbandonare vecchi schemi di comportamento favorendone l' acquisizione di nuovi e più funzionali.
Riprendiamo gli esempi del cerchio e del dipinto. Percorrere una circonferenza notando solo un cambio di prospettiva del problema o rimanere ancorati ad una visione parziale e sofferente della realtà (il dipinto) denotano comunque un' energia di base. In altre parole un' attività. Culturalmente si pensa che la passività, come in questi esempi, farsi guidare da una visione, non richieda dispendio di energie. In realtà è comunque necessaria una forte dose di energia vitale anche per mantenersi passivi, guidati dal problema, sofferenti. E qui il punto di una possibile svolta. E' presente energia vitale, impegno, una certa lucidità. E' mal impiegata, direzionata in malo modo, succube di meccanismi perversi, ma presente ed attiva.
L' uomo non può smettere di essere attivo. Siamo attivi anche quando dormiamo, nei sogni ad esempio, nelle attività involontarie.
Energia mal distribuita, direzionata da meccanismi fastidiosi, consci ed inconsci comunque appresi. Non si nasce fumatori, depressi ecc. tutt'al più può esserci una tendenza nello sviluppare in età precoce un certo meccanismo problematico.
Su quanto sia presente una sorta di determinazione genetica che comporti la nascita di disturbi mentali sono stati condotti diversi studi. Anche se non si può escluderla a priori è certo che questo dato incide ben poco sulla totalità dei problemi psichici, una netta minoranza.
Tornando all' energia vitale appena descritta può essere considerata come la leva che può sollevare il mondo e la capacità di apprendimento, presente in tutti noi, la sua rappresentazione più grande.
Requisito essenziale è la volontà di mettersi in gioco e di apprendere modalità nuove di relazione, nuovi valori. Senza questo requisito ogni tentativo di miglioramento è destinato a fallire. Non credo si possa fare qualcosa per chi voglia continuare a percorrere a tutti i costi quella "circonferenza distorta". Vengono anche definiti disturbi egosintonici, che inducono cioè piacere alla persona che li ricerca. E' molto difficile far smettere di fumare a chi non ne vuol nemmeno sentir parlare perché fumare gli piace, anche se sa perfettamente che fa male.


L' alticcio che c'è in noi

Un popolare aneddoto narra che un uomo, di notte, vedendo un ubriaco che cercava qualcosa sotto un lampione, gli chiese cosa stesse cercando. L'ubriaco stava cercando le chiavi della sua macchina. L'uomo gli chiese, allora, se le avesse perse proprio lì sotto. Per tutta risposta, l'ubriaco disse: "No, le ho perse più in là ma poiché lì non si vede niente, le cerco qui sotto, dove almeno si vede qualcosa".
Questo esempio può farci comprendere che tutti, psicologi compresi, possiamo trovarci nelle condizioni dell'ubriaco, vale a dire quella di concentrare il nostro impegno nella direzione sbagliata.
Essere reindirizzati da un professionista in un'attività più produttiva è un ottimo sistema per non perdere tempo ed arrivare alla possibile risoluzione del problema: tanto vale, infatti, visto che siamo vivi e comunque ci impegniamo in una direzione, impegnarsi nella via giusta poichè, con un piccolo sforzo in più, si possono concretizzare grandi risultati.
Il nostro impegno, la nostra costanza e la nostra volontà indirizzati sulla strada giusta rappresentano la forza più grande per raggiungere un cambiamento ed uscire dal problema. Non è detto che la direzione più vantaggiosa sia una strada dritta ed asfaltata, magari assomiglia più ad un viottolo di campagna, che non abbiamo mai preso in considerazione, avendolo solo notato "di sfuggita".

4. La strada verso il cambiamento.


"Mentre perseguiamo l' irraggiungibile rendiamo impossibile l' attuabile" Robert Ardey
E' impossibile tracciare la mappa di una strada, un' unica direzione per tutti, che conduca al cambiamento. Il cammino è sempre personalizzato.
Tuttavia, data la mia esperienza professionale ed i miei anni di analisi personale, posso descrivere il tipo di sensazione che deriva dal cambiamento come simile a quella di un salto. Dopo che si è compiuto "il salto", la maggior parte delle volte capita che ci si guardi indietro e ci si chieda come mai non l'abbiamo fatto prima, dato che era così facile.
Per il vero, di salto non si tratta poiché la gradualità è un requisito essenziale di un cambiamento stabile e duraturo.


Camminando si fa strada…camminando…

Tutte le diverse teorie della mente alle quali noi psicologi facciamo riferimento hanno in comune il fatto di concordare nella necessità di una trasformazione graduale: piccoli passi verso la meta desiderata portano ad un cambiamento.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, che la mente è un organo molto sensibile, capace di prodezze eroiche come di drammi apocalittici: un cambiamento troppo brusco potrebbe portare ad uno stato di confusione totale, in alcuni casi al consumarsi di un dramma, oppure ad un momentaneo stato di sollievo per poi tornare al vecchio, comodo, odioso problema.
L'impegno nel percorrere la strada, piccoli risultati parziali, continui insight, illuminazioni, sono gli ingredienti che ci fanno capire che la direzione è quella giusta.


La soluzione nella direzione

Come definire, in questa particolare ottica, il cambiamento?.
Verosimilmente come un'educazione, una direzione che ci si impegna a seguire e che apporta continuamente risultati positivi, ristrutturando con gradualità i sintomi fastidiosi evidenziati. Un approdo, un avvicinamento progressivo ad una spiaggia che inizialmente si vedeva lontana ma che, passo dopo passo, diventa sempre più vicina fino all'esito del lavoro, lo sbarco.
L'inizio del cambiamento? Quando si comincia a ristabilire il senso dell'orientamento e, soprattutto, quando si arriva a pronunciare la parola "Terra!".
E' una continua acquisizione di elementi, un allargamento di prospettive. Nell'esempio del dipinto, è il progressivo allontanamento dall'immagine che ne favorisce la visione. Quando ci si pone a qualche metro di distanza dal dipinto, quelli che prima ci apparivano come una serie confusa di punti di colore, quasi per magia si rivelano un disegno ben definito.
Questa metafora prende ispirazione dai quadri degli impressionisti, un' esempio che mostra in modo esemplare quanto sia difficile una visione corretta se non ci si pone ad una certa distanza dalla tela, dal problema.


Passo dopo passo.

Una delle tappe fondamentali nel raggiungimento del nostro scopo è, certamente, la diminuzione del livello dell'ansia. L'ansia potrebbe, infatti, essere definita il problema del millennio dato che, secondo i dati dall' O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità), ne soffre più del 70% della popolazione mondiale, seppure in forme diverse.


Diminuire il livello d' ansia


Il motivo per cui la diminuzione del livello di ansia è qualità essenziale per riuscire a salire a bordo dell'ipotetica nave diretta verso la riva, è facilmente comprensibile, se si pone attenzione a quanto segue.
La scuola di Berlino - la cosiddetta psicologia della Gestalt - ed altri autori eseguirono esperimenti su scimpanzé, rilevando comportamenti interessanti.
I limiti della specie : un caso, la scimmia
In particolare, Birch eseguì un esperimento diventato, poi, un classico nella storia della psicologia: in breve, egli dimostrò che nella misura in cui un bisogno fosse portato all' eccesso le scimmie, colte da uno stato simile al panico, non sapevano razionalizzare le risorse disponibili per giungere a soddisfarlo.
Lo studioso rilevò, infatti, che una scimmia molto affamata, chiusa dentro una gabbia, pur riuscendo a scorgere un casco di banane posto al di fuori alle sbarre, non era in grado di realizzare il semplice gesto di prendere un bastone che le era vicino al fine di trascinare a se il cibo. Per via della troppa fame l'agitazione causata alla sola vista delle banane gestiva il suo comportamento. Al contrario, una scimmia non eccessivamente affamata riusciva ad eseguire l'operazione senza problemi.
Questa teoria, ancora attuale, risale al 1945.
Un esempio pratico più vicino a noi: abbiamo perso le chiavi della macchina in casa. Guardiamo l' orologio, siamo già in ritardo per un importantissimo appuntamento dove era raccomandata perfetta puntualità. Iniziamo a cercare le chiavi, più le cerchiamo, più non le troviamo. Buttiamo all'aria tutto senza trovarle. Ci tranquillizziamo solo quando abbiamo rinunciato all' appuntamento, trovando la soluzione della nostra mancanza in una scusa che comunichiamo a chi ci stava aspettando.
Più tardi, quando iniziamo a sistemare le nostre cose, ci accorgiamo che proprio in mezzo a ciò che avevamo buttato all'aria c'era il nostro mazzo di chiavi.


Oltre i limite della specie, un caso unico : l'uomo

La prima capacità da sviluppare è quella di gestione, mediata dalla mente, in grado di garantirci una prestazione non eccessivamente condizionata dagli eventi: una gestione dell'ansia che possa farla rientrare entro quei valori funzionali alla soluzione del problema e ad uno stile di vita sereno.
Non bisogna, infatti, dimenticare che un certo livello di ansia è funzionale al buon esito di qualsiasi compito, poiché mette in moto le nostre risorse interne. L'ansia, come l'ipersensibilità, sono due facoltà della nostra mente: ciò che pone la differenza sta nella loro capacità di gestione. Una facoltà che solo l' uomo è in grado di sviluppare, per distaccarsi, in questo modo, dalla sua stessa natura di puro mammifero.

Esigenze di sinteticità pongono questo manuale necessariamente stringato, tuttavia desidero dare qualche notizia in più sulla figura professionale dello psicologo.

Lo psicologo professionista

Premetto che non è mia intenzione parlare a nome dell' intera categoria, esprimo esclusivamente opinioni personali.
L' immagine collettiva dello psicologo è assai diversa da quella reale.
Ci si immagina questa figura un po' come se tutti fossimo figli di Freud, occhiali, barba bianca, calmi, superanalisti ed equilibrati. Non credo sia così. Tempo fa su canale 5 andò in onda un film " the unsaid" che ritraeva in modo più moderno questo professionista. Generalmente è una persona che come tutti, ha vissuto i propri drammi, ha dei conflitti irrisolti e le sue sofferenze che a volte vengono a galla. Non lo definirei proprio un super uomo. Non è affatto raro che uno psicologo si trovi a parlare dei propri problemi con un collega. E' infatti tipico del problema mentale coinvolgerci all' interno di situazioni che in qualche modo ci fanno perdere fredda lucidità ed un "esterno" può valutare le cose in modo più razionale e proporre itinerari di percorrenza.
Cos' è allora che lo caratterizza, vi chiederete?. Credo essenzialmente sia una predisposizione mentale, una fede verso un cammino, una capacità di potersi mettere in gioco e produrre un certo cambiamento. Non siamo infallibili, non sempre i nostri strumenti funzionano, tuttavia la disponibilità ad apprendere continuamente nuove tecniche e a far tesoro delle esperienza dirette con i nostri assistiti ci aiutano a colmare le lacune. Essenzialmente è una professione che esige notevoli sacrifici ed economicamente è meno gratificante di tante altre. In genere non si sceglie questo lavoro per denaro. Piuttosto ciò che interessa è risolvere problemi mentali, aiutare la gente a stare meglio con se stessa, e la gratificazione che arriva quando si è in grado di farlo appaga assai più di qualsiasi moneta.

Poiché ritengo il confronto requisito essenziale per un arricchimento personale, siete invitati a farmi pervenire le vostre osservazioni tramite E-mail in merito a questo scritto ed arricchire così edizioni successive.
Sul mio sito web vengono saltuariamente trattati diversi argomenti simili a questo. On-line potete iscrivervi gratuitamente alla mailing list ed essere avvisati tramite e-mail dei futuri aggiornamenti.


Dott. Daniele Canini

Daniele.canini@tin.it
www.canini.com



Bibliografia

-Birch H.G. "The role of motivation factors in inside full problem-solving", 1945.

-E. Fromm, " I cosiddetti sani" , mondadori, 1991

-Guy Claxon "Il cervello lepre e la mente tartaruga", Mondadori.

-Glen O. Gabbard, "Psichiatria psicodinamica", Raffaello Cortina Editore, Milano, 1992.

-G. Nardone/P. Watzlawick, "L' arte del cambiamento" , Ponte alle Grazie, Firenze, 1990.

-Koffka A., The principles of Gestalt psychology, New York, Hartcourt Brace,(1935).

-M. Wertheimer, Productive thinking, New York-London, 1939

-P. Watzlawick, J.H. Beavin, Don D. Jackson, "pragmatica della comunicazione umana",
Astrolabio, Roma, 1971.

-Renzo Canestrari "Psicologia Generale e dello sviluppo", Clueb Editore, Bologna, 1984.

-S. Freud, "aldilà del principio del piacere" , newton ediz., 1920